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Golfo dei Poeti

L'Alta Via del Golfo
L’Alta Via del Golfo è uno splendido sentiero panoramico che percorre tutto il crinale che circonda il Golfo della Spezia da una punta all'altra, da Porto Venere a Bocca di Magra. Si sviluppa in prevalenza su strade secondarie, talvolta indugia fra tortuosi sentieri che attraversano terrazzamenti (a vigneto o uliveto), orti e giardini. Quando le trova, riutilizza le “crose”, le vecchie strade a gradini dell'entroterra spezzino. Non comporta alcuna difficoltà tecnica. La sua altimetria, sebbene non arrivi mai a un'altezza superiore a 600 metri, è però piuttosto movimentata dovendo assecondare tutte le valli e le dorsali. Il dislivello complessivo è di 1702 metri. A piedi il sentiero è suddiviso in cinque tappe che si può decidere di percorrere tutte assieme o in momenti diversi, visto che i punti d'accesso sono agevoli, molto vicini alla città e ben serviti dai mezzi di trasporto pubblico. I punti tappa sono Porto Venere, Campiglia, la Foce, Buonviaggio, Lerici e Bocca di Magra. Ma molti altri punti intermedi possono essere utilizzati all'occorrenza per raggiungere o lasciare il sentiero. In corrispondenza di tutti i punti tappa è possibile trovare strutture ricettive (alberghiere o extralberghiere) adatte a tutte le esigenze.


L'Alta Via del Golfo - Da Porto Venere a Campiglia - 1^ Tappa AVG 


L'Alta Via del Golfo - Da Campiglia alla Foce - 2^ Tappa AVG 


L'Alta Via del Golfo - Dalla Foce a Buonviaggio - 3^ Tappa AVG 


L'Alta Via del Golfo - Da Buonviaggio a Lerici (Barcola) - 4^ Tappa AVG 


L'Alta Via del Golfo - Da Lerici (Barcola) a Bocca di Magra – 5^ Tappa AVG

 

L'Alta Via del Golfo - Da Porto Venere a Campiglia - 1^ Tappa AVG

Lunghezza: 4,6 km
Tempo di percorrenza
: 3 ore circa
Dislivello
: 500 m circa
Sviluppo
: Porto Venere (0 m) – Bivio variante 1a (167 m) – Bivio Monte Castellana (249 m) – Sella di Derbi (191 m) – Pitone (305 m) – Bocca del Cavalìn (351 m) – Campiglia (399 m).
Caratteristiche e motivi di interesse del percorso

Da piazza Bastreri, capolinea del bus da La Spezia e ingresso all’antico borgo di Porto Venere, si affronta la ripida scalinata che sale lungo la cinta muraria del castello. La fortificazione risale al 1161, ma il possente rivestimento esterno fu aggiunto nel XVII secolo. Ben presto si raggiunge la dorsale montuosa, rotta in spaventosi precipizi sul versante che volge al mare aperto, più morbida e mossa dalla parte che si apre sul Golfo della Spezia. È un crinale spazzato dal vento come dimostrano le contorte forme degli ulivi e la stentata crescita degli arbusti. Fra questi ultimi spicca per abbondanza l'euforbia arborea (Euphorbia dendroides), in forma di grossi cuscini. In basso, si scorge il promontorio con la chiesa di San Pietro. All'altezza di alcune baracche si scorgono enormi blocchi di pietra squadrata; indicano le vicine cave di portoro del Muzzerone oggi abbandonate e visitabili ma solo con una certa cautela poiché la zona è da tempo abbandonata e priva di opere di sicurezza. Il portoro è una pietra calcarea di colore nero, striata da venature bianche o giallastre, formatasi alla fine del Triassico (circa 90 milioni di anni fa), di grande effetto decorativo. La vena affiora lungo le falesie del Muzzerone e sull'isola Palmaria, ma a causa del suo elevato sfruttamento risulta ormai quasi esaurita. Lungo il cammino è molto interessante notare la grande varietà e le colorazioni delle rocce che si succedono in senso cronologico, dalle più antiche alle più giovani: nel primo tratto dell'itinerario si passa da un calcare grigiastro di oltre 200 milioni di anni fa -detto a Rhaetavicula contorta, per la diffusa presenza di un fossile -al portoro; dopo la Sella di Derbi invece, si cammina su strati alternati di calcare e marne, grigie o giallastre (190 milioni di anni fa), ma più avanti le rocce assumeranno vive tonalità di rosso (non a caso gli spezzini chiamano questa scogliera Le Rosse) e di verde, tipiche dei diaspri, risalenti a 135 milioni di anni fa. Proseguendo la salita sullo stretto sentiero, si consiglia di gettare ogni tanto lo sguardo verso l'isola Palmaria, il Golfo, la penisola di Montemarcello e, lontane, ma distinguibili dal candore del marmo, le Alpi Apuane . A un tratto si stacca sulla sinistra una variante al sentiero principale, denominata 1a. Seguitando lungo la traccia principale si aggira invece il versante nord del Muzzerone (noto per la sua “palestra di roccia”) e, ormai in piano, si esce all’altezza di un tornante della strada che conduce alla vetta. Si segue la strada in discesa passando un’altra cava portoro (a un tratto, sulla destra, una scorciatoia fa risparmiare un altro tornante) fino a giungere alla Sella di Derbi (191 m), da cui la vista spazia sul mare aperto. Un fondale naturale che ci accompagnerà per il resto della passeggiata, stando a mezza costa sul versante a mare, qui colonizzato a macchia. Il tratto di macchia mediterranea che riveste le pendici fra la Sella di Derbi e il Pitone è fra i più densi e ricchi di varietà. Le specie più note e vistose? Il cisto, con i suoi fiori somiglianti a rose; il terebinto o scornabecco che dà una resina aromatica dall'odore penetrante; il lentisco, della stessa famiglia del terebinto, da cui si ricava il mastice, anticamente usato dalle donne greche e turche per profumare l'alito e sbiancare i denti, il mirto, o mortella, dalle foglie ovali e rilucenti, d'un verde intenso, pianticella sacra a Venere... e poi il corbezzolo, le ginestre, l'alaterno, l'ampelodesma e i primi giovani lecci che si fanno forza e porteranno la macchia a maturità. Il sentiero riprende, sempre segnalato, e sale al Pitone (305 m), da cui si ammira la splendida prospettiva delle falesie del Muzzerone e delle ormai lontane isole Palmaria, del Tino e del Tinetto. Finalmente una nuova visuale si apre dinanzi ai nostri passi e si finisce di salire. Dal Pitone anticamente si diramava lungo la costa un percorso detto 'Via dei banditi'. Verso il mare si riconosce la valle dell' Albana con uno stravagante e isolato edificio a torre. Alla fine si raggiunge, in località Bocca del Cavalìn (351 m), la strada asfaltata che conduce a Campiglia. Il sentiero però non la segue puntando di nuovo verso il mare. E’ il tratto conclusivo della passeggiata che regala ancora una splendida veduta panoramica sulla costa di Schiara. Infine il vecchio mulino a vento, recentemente restaurato a cura dell’Associazione Campiglia, con l'architrave che riporta la dicitura “Anno del Signore 1840”. Finalmente si incontrano le prime case di Campiglia (399 m). Il villaggio presenta un disegno allungato lungo una strada centrale. Le case sono collocate poco sotto il crinale, nascoste alla vista del mare, si suppone a motivo di protezione dalle ricorrenti scorrerie saracene che infestavano questa costa nel XVI e XVII secolo. La prima tappa del sentiero finisce qui.

 

L'Alta Via del Golfo - Da Campiglia alla Foce - 2^ Tappa AVG

Lunghezza: 7,8 km
Tempo di percorrenza
: 2.30 ore circa
Dislivello
: 163 m circa
Sviluppo
: Campiglia (399 m) – Stalazzo (436 m) – Sella Scogliarini (486 m) – Sella Derisola (496 m) – Cimitero di Biassa (336 m) – Biassa (314 m) – Canale di Piazza (305 m) – Madonna della Guardia (295 m) – Bersedo (355 m) – S. Anna (310 m) – La Foce (240 m).
Caratteristiche e motivi di interesse del percorso

Da Campiglia a Biassa

Da Campiglia il sentiero prosegue sul dorso della montagna. Bisogna fare attenzione a imboccare la direzione giusta, quella per Biassa. Si segue una stradina che guarda verso il golfo e superate alcune case isolate e alcune curiose sculture in legno, si giunge dopo una leggera ascesa alla Sella Scogliarini (486 m). Superata una curva piuttosto stretta, si lascia la strada sterrata e, verso destra, s'imbocca nella boscaglia la vecchia mulattiera per Biassa. La sua vetustà è confermata da brani di selciato e lunghe gradonate. A tratti sembra di perdersi nella vegetazione, che qui è diversa da quella affacciata al mare. A parte le pinete di pino marittimo che sono spesso frutto di rimboschimenti, predomina il bosco misto composto da carpino nero, ornello e castagno. In autunno il diverso grado di colorazione del fogliame regala all'osservatore scenari molto suggestivi. Senza troppa fatica si scollina una seconda volta alla Sella Gerisola (496 m). Qui appare, di fronte a noi, Biassa, distesa in un anfiteatro di verdi chiome. La discesa è ripida e scivolosa; alcuni gradini sono scavati sulla roccia di arenaria. Poi il cammino si distende in piano e costeggia il camposanto. Si raggiunge la rotabile che, verso sinistra, mette in breve tempo nell'abitato. Di fronte alla chiesa parrocchiale di San Martino è sistemata una bacheca dell’AVG. Biassa (314 m) è un paese speciale che assieme a Campiglia, dovrebbe essere annoverato fra le Cinque Terre (che così diventerebbero sette). Gli studi antropologici sui contadini locali nell’ottocento hanno dimostrato che i biassèi discendevano dai saraceni, qui approdati dal mare e divenuti stanziali e questo grazie al naso aquilino, al viso ovale dagli zigomi sporgenti e agli occhi neri e vivaci sotto lunghe sopracciglia. Insomma, veri pirati. Le donne poi, usavano circolare per il paese armate di pugnale che spesso usavano per motivi di gelosia, esattamente come in Corsica. Camminatore infaticabile, aveva intessuto una trama incredibile di vie gradonate e su queste si era pure spostato con intenti colonizzatori. Alcuni scesero nel luogo che poi diventerà La Spezia, altri si spostarono sulla costa dei monti vicini dando vita ad altri abitati come Riomaggiore e Manarola. Insomma questa Biassa sembra un po' come una piccola Roma: fondata da gente venuta dal mare, conquistatrice di terre coltivabili e votata all'espansionismo. Su un'altura poco distante, il castello di Coderone proteggeva il paese. Ora è un ammasso di rovine; ricorda la Repubblica di Genova alla quale Biassa si diede spontaneamente nel 1273.
Da Biassa alla Foce

Da Biassa per ritrovare il segnavia bisogna, dopo la chiesa, seguire la strada principale fino all'altezza del civico 84 e qui prendere a destra un viottolo che subito esce dal paese aggirando un vallone molto ricco di vegetazione. Si notano ovunque resti di muri a secco, fossi irrigui, terrazzini coltivi, ammassi di pietre che dovevano essere case o casupole. Il sentiero, superati due fossi (Girighella e Redemé), si attesta su un cordolo di pietre e prosegue in costa facendosi largo a fatica fra i cespi dei giunchi e le fastidiose cortine dei rovi. Anche se inselvatichito è un tratto molto bello, soprattutto se si pensa che siamo a un paio di chilometri in linea d'aria dal centro della città della Spezia. Si procede lungo il Canale di Piazza. La traccia man mano si allarga e prende consistenza di strada, seppur sterrata. Alla fine, dopo gli ultimi contrafforti della valle, si spunta su un tornante. Appena sopra è il santuario della Madonna della Guardia (295 m) dove si gode una delle più belle e spaziose vedute della città e del suo golfo. Ora si entra in un ambito più antropizzato. Si segue in salita via Vecchiora, poi, all'inizio della successiva via di Murlo si abbandona l'asfalto per una gradinata che, sulla sinistra, verso monte, sale fra i prati alla sovrastante via dei Parodi. Quest'ultima sale all'omonimo fortilizio, uno dei molti che erano preposti alla difesa militare dell'Arsenale e del porto militare della Spezia, ma noi la seguiremo nella direzione della discesa (a destra) attraversando le ville sparse di Bersedo (355 m) e di Sant'Anna (310 m). Quando possibile, l’itinerario pedestre disdegna la strada rotabile e si ritaglia brevi ma più invitanti diversioni fra le vecchie gradonate strette fra alte mura di cinta, ricoperte dalla bouganvillea. Come davanti a Villa Paganini salendo per un breve tratto verso Sommovigo, o come al successivo tornante, dove la vecchia pedonale si concede il lusso di bypassare la nuova carrozzabile con un percorso più breve e suggestivo. Discesi infine alcuni gradini, si arriva alla Foce (240 m), dove transita la strada statale n. 1 “Aurelia” giunta qui al km. 420,7 da Roma e diretta a Ventimiglia. La Foce è un basso valico che mette in comunicazione La Spezia con la Val di Vara e il Passo del Bracco. Unico elemento di rilievo della Foce è un monumento a Giuseppe Mazzini che campeggia di fronte a un’antica osteria frequentata dai vetturini di un tempo.

 

L'Alta Via del Golfo - Dalla Foce a Buonviaggio - 3^ Tappa AVG

Lunghezza: 4,6 km
Tempo di percorrenza
: 3 ore circa
Dislivello
: 500 m circa
Sviluppo
: La Foce (240 m) – Marinasco (285 m) – Valdurasca (156 m) – Costa dei Bravi (266 m) – Via Montalbano (220 m) - Trivio (263 m) – Case Ratti (304 m) – Montalbano (342 m) – Valeriano (228 m) – Cimitero (200 m) – Buonviaggio (115 m).
Caratteristiche e motivi di interesse del percorso

E’ una tappa decisamente tranquilla, contemplativa con molti scorci panoramici. Dalla Foce ci si avvia lungo la strada provinciale n. 15 “di Valdurasca”. Al primo tornante si lascia l'asfalto e si segue a destra un viottolo dal fondo battuto. Dopo pochi minuti si giunge al bivio dal quale si diparte la rotabile che sale a Marinasco. La seguiamo per poche decine di metri per poi imboccare, sempre sulla destra e accanto a una cappelletta, il vecchio sentiero gradonato che conduce al piazzale della Pieve di Marinasco (285 m), gradevole luogo di sosta con panchine, una fontana e soprattutto con il vetusto edificio religioso, di grande rilevanza nella storia del territorio spezzino. Si riprende la marcia passando sul retro della chiesa e da qui, per la tortuosa scalinata in pietra, detta di Terrarossa, si accede alla rotabile. Qui si piega a sinistra e si continua a scendere. Siamo nell'impluvio della Valdurasca, tributaria della Vai di Vara. Non si calca l'asfalto per molto: all'altezza del civico 55 si piega a destra e si imbocca subito un ripido sentiero fra terrazzi coltivi e le pertinenze di alcune case coloniche. La rampa è decisa e toglie il fiato, ma per pochi minuti; poi spiana ed entra in una luminosa pineta. Si continua a seguire la segnaletica AVG nonostante vi siano parecchie e invitanti deviazioni dal percorso principale. Si tratta di vecchie, vie di comunicazione pedonali o mulattiere che consentivano agli spezzini di commerciare con l'entroterra. Tra queste anche diverse “vie del sale” che, attraverso la Val di Vara e il passo di Cento Croci, recavano questo prezioso prodotto verso il Parmense e la Pianura Padana. Il bosco sembra allontanarci dalla civiltà. I frastuoni sono attutiti e incalzano i suoni tipici della natura. Si resta nel bosco aggirando la cosiddetta Costa dei Bravi. Alcuni cippi a terra riportano la sigla ZM, che significa “Zona Militare”. Sul vicino crinale correva infatti la possente cinta muraria cittadina ottocentesca, di cui restano ancora rilevanti parti, come la non lontana Porta Castellazzo. Quando il sentiero si trasforma in pista di esbosco per il legname, si è ormai all'incrocio con via Montalbano (220 m). A destra si scende in 10 minuti a Sarbia e alla relativa fermata dell'autobus, a sinistra invece si prosegue sul nostro cammino. Ci attende circa 1 km di asfalto per giungere a un trivio (263 m): una strada conduce a Campasso, una a Valeriano e una al Filettino. Si deve seguire quella per Valeriano e subito dopo si deve intuire la traccia di un sentiero sulla destra che sale deciso a scalini la costa del monte, correndo parallelo a via Montalbano, quindi aggirando una pineta. Si attraversano le isolate Case Ratti (304 m), per seguitare in cresta fino a riprendere, nei pressi di un bar, la via asfaltata. Ora il percorso aggira la vetta del Montalbano percorrendo un sentiero sulla sinistra, lungo il versante settentrionale, parallelamente alla strada asfaltata che rimane invece sul lato a mezzogiorno. Evidentemente, fino a qualche decina di anni fa, questi continui compromessi fra asfalto e sentiero non esistevano. Per gli spezzini queste erano le mete delle gite domenicali. Vi salivano a piedi in comitiva e neppure si pensava all'automobile. Parte su strada, parte su sentiero il nostro cammino prosegue su questo stretto crinale (tenete sempre d'occhio il segnavia bianco/rosso!) che, alla fine, degrada in direzione del poggio di Valeriano Lunense (274 m). Volendo si può fare una visita del borgo della cui storia si sa pochissimo, solo che apparteneva alla sfera d'influenza dei signori di Vezzano, una consorteria che durante il secolo XI controllava gran parte dell'arco costiero fra Sestri Levante e Lerici. Una lunga salita a gradini conduce alla piazza terrazzata della chiesa parrocchiale, cuore dell'abitato che, al di là di qualche saltuaria stonatura, rappresenta ancora bene l'aspetto dei borghi collinari. Il nostro sentiero non giunge però al paese ma piega sulla destra verso valle, circa un chilometro prima, seguendo un bel sentiero selciato e gradonato. Quanto basta per arrivare con grande speditezza al passo di Buonviaggio (115 m), un altro dei varchi che consentono alle strade del golfo di comunicare con l'entroterra.

 

L'Alta Via del Golfo - Da Buonviaggio a Lerici (Barcola) - 4^ Tappa AVG

Lunghezza: 10,5 km
Tempo di percorrenza
: 3,30 ore circa
Dislivello
: 344 m circa
Sviluppo
: Buonviaggio (115 m) – Carozzo (157 m) – Bivio Beverone (142 m) – San Venerio (149 m) – Bivio M. Beverone (205 m) – Termo della Spezia (44 m) – Villa Belvedere (135 m) – Baccano (135 m) – Bivio di Pitelli (156 m) – Culmine (228 m) – Passo della Cisterna (180 m) – Pugliola (121 m) – Barcola (98 m).
Caratteristiche e motivi di interesse del percorso

Da Buonviaggio a Baccano

Dalla statale n. 330 di Buonviaggio, che sfrutta questa bassa insellatura per collegare La Spezia con la Val di Magra, si imbocca la strada per Vezzano Ligure (via Matteotti). Per evitare un tratto di asfalto, il cammino segue la scorciatoia di via Vespucci per riprendere la strada poco più in quota. Dopo neppure un chilometro si arriva a un crocicchio di vie: una di queste manda a Carozzo (157 m), un piccolo nucleo abitato molto caratteristico con vicoli, una via sottarco, scalinate e belle case dagli intonaci colorati. Attenzione al segnavia, perché a una certo punto si deve lasciare la via principale per salire, verso monte, un vicoletto a gradini. Fuori dal villaggio si prende la traccia di un sentiero ritagliato fra recinzioni e siepi. Fra serre, pollai e voliere dove razzolano oche e galline si intravede una possibile via d'uscita. Difatti eccoci spuntare, a un certo punto, su via della Porta, una viuzza a gradini che raggiunge San Venerio Alto (149 m), uno dei borghi originari dell'entroterra spezzino nato forse prima del capoluogo. Si sfila fra le case nei vicoli in ombra, si sale qualche altro gradino e si passa dinanzi alla chiesuola. Poi si abbandona il villaggio, sempre in direzione monte, su una stradetta asfaltata. Si costeggia un boschetto di bambù e, fatti due tornanti, si guadagna il crinale in corrispondenza di un bivio con la strada ex-militare di Forte Beverone. Occorre tenere la direzione di destra e assecondare le molte sinuosità della strada (via del Monte), stretta, poco o per nulla trafficata. Infine, con una lunga e ripida discesa a gradoni, si approda alle case del Termo della Spezia (44 m), località posta sulla Via Aurelia tra La Spezia e Sarzana. Si percorre la statale per meno di 200 metri verso La Spezia, poi la si attraversa e si continua per via Sommovigo. Il percorso segnalato taglia un tornante e giunto a un colmo piega a destra per via Nosedro, chiusa fra alti muri che nascondono il giardino di Villa Belvedere. Proseguendo lungo questa via si giunge a una biforcazione dove l'unico riferimento è una palina gialla del metanodotto: qui occorre tenere a sinistra per un sentierino piuttosto infrascato, lasciando la via battuta. Grossi ciuffi d'erba coprono la terra battuta e gli spazi di quelli che un tempo erano vigne e orti. Tanti sentieri e mulattiere intersecavano questa pendice ma non erano tutti uguali: alcuni, larghi e battuti, scollinavano e servivano ai mercanti o ai contadini per il commercio; altri invece, molto stretti, soddisfacevano il bisogno quotidiano per andare nell'orto, al campo o al lavatoio. Questo tratto porta a lambire il muro di cinta della villa del Chioso, dove si producono vini fra i migliori della “DOC Colli di Luni”. Poi si entra a Baccano (135 m), frazione di Arcola. Nella sua angusta piazza trovano degna collocazione una fontana e un monumento a Giuseppe Mazzini, unici segni che, assieme alla chiesa dei SS. Stefano e Margherita, danno spessore storico al luogo. La chiesa, fra l'altro, ebbe nel Medioevo (1132) il titolo di Pieve. Da qui passava l'antica via che da Luni recava a Sestri Levante, ancora oggi detta Via Romana.
Da Baccano a Lerici

Il segnavia AVG ci rassicura e seguendolo ci avviamo per la strada di Pitelli (via Fosella). Nel tentativo di evitare per quanto possibile la strada asfaltata, il tracciato cerca di tanto in tanto delle varianti o delle scorciatoie. Giunti al bivio per Forte Canarbino si piega a sinistra. Pitelli, ultima frazione del comune della Spezia sul braccio orientale del golfo, è poco distante. Un tempo a Pitelli si trovavano copiose sorgenti, ma non furono mai utilizzate. Si diceva in giro che avrebbero reso pazzo o profondamente addormentato chi avesse bevuto la loro acqua. Molte di queste strade carrozzabili furono realizzate durante la sistemazione delle difese militari del golfo. Quella di Forte Canarbino si dirige con moderata pendenza al Colle dei Minestroni, dove si trovano i ruderi della piazzaforte. La seguiremo però solo per poco più di un chilometro. Appena prima di un tornante, si stacca sulla destra una stradina a fondo naturale. Si affronta in discesa dentro un bosco di castagni. Nel folto della vegetazione si scorgono ancora casematte, osservatori, percorsi di guardia. Alcuni nomi, scritti sulle pietre, evocano la trascorsa destinazione militare come la Casa del Colonnello o Il passo della Cisterna. Alla fine della discesa si spunta a Pugliola (93 m), frazione di Lerici. Anche qui una manciata di case con una piazzetta con un monumento dedicato a Fausto Coppi. Lungo via Casini, che traversa in salita il villaggio, c'è un rinomato panificio dove è possibile assaggiare vari tipi di focaccia per un breve ristoro. Poi a fianco della chiesa di Santa Lucia, si imbocca una stretta stradina (via del Carro) e si prosegue in direzione della vicinissima Barcola (98 m), punto di scollinamento della strada, aperta nel 1693, che unisce Lerici a Sarzana e nota come località “Bellavista”. Da qui, come dice il nome, si può godere di un’ottima vista sul Golfo e le isole dell’arcipelago di Porto Venere. Per scendere a Lerici non occorre seguire la rotabile, ma si deve continuare nella direzione segnalata del sentiero (segnavia n. 2) e, in località Narbostro, una volta superato il camposanto, piegare decisi a destra su un percorso pedonale. Bene, a questo punto ripartiamo per l'ultima promettente tappa.

 

L'Alta Via del Golfo - Da Lerici (Barcola) a Bocca di Magra – 5^ Tappa AVG

Lunghezza: 10,2 km
Tempo di percorrenza
: 3,30 ore circa
Dislivello
: 425 m circa
Sviluppo
: Barcola (98 m) – Catene (138 m) – Serra (160 m) – Fornace (316 m) – Bivio M. Gruzza (376 m) – Pian della Chiesa (335 m) – Zanego (216 m) – Ristorante (275 m) – M. Murlo (362 m) – Cimitero (209 m) – Montemarcello (260 m) – Bocca di Magra (2 m)
Caratteristiche e motivi di interesse del percorso

Da Barcola a Zanego

Da Barcola – Bellavista si imbocca la strada provinciale n. 25 “Pugliola – Barcola- Serra – Montemarcello – Ameglia. La strada è molto panoramica e se non fosse per il traffico sarebbe una passeggiata ideale. Per fortuna la Serra (160 m) arriva presto, dopo alcuni tornanti. Questo villaggio, in splendida posizione panoramica sul golfo, è noto per le sue lumache in umido, una prelibatezza culinaria molto nota e ricercata. Ogni anno verso la fine di agosto viene organizzata una festa dedicata a questo prodotto tipico “la sagra da lumaga”, che attira buongustai da tutta la Liguria e zone limitrofe. Per una breve pausa di ristoro si può trovare rifugio presso il Circolo Arci del paese, una trattoria tipica dove si possono gustare piatti di pesce, verdure, frutti di mare e paste casalinghe. Proseguendo il percorso si lascia la Serra per la strada di monte (via Garibaldi) che si arrampica sulle balze coltivate a ulivo. L'ascesa è secca come una frustata e impone delle pause, una buona occasione per ammirare il panorama in tutta la sua ampiezza. Poi la stradina spiana, diventa sentiero nella boscaglia di lecci e di pino. Il pino marittimo non è di queste parti ma cresce più in fretta della lecceta per cui lo si usa abbondantemente nei rimboschimenti, dopo gli incendi. Comunque fa molta ombra. Il sentiero si sviluppa sul crinale dalla parte del mare che sta a centinaia di metri più in basso, la costa sembra inaccessibile ma sotto si nascondono i deliziosi villaggi di Fiascherino e Tellaro. Di tanto in tanto si notano dei pilastrini con la solita dicitura ZM, un altro dei ricordi delle vecchie fortificazioni a protezione dell'Arsenale della Spezia. La “Strada di Monte Garana” attraversa numerose piane in parte coltivate a orto per giungere più in basso a una lunga scalinata a gradoni che conduce in località Zanego (216 m), all'incrocio delle “Quattro strade”. Si tratta di un luogo particolare dove, nel Medioevo, si riunivano in assemblea i rappresentanti dei borghi vicini a decidere su questioni di confini e di altri interessi.
Da Zanego a Bocca di Magra

Da Zanego, per arrivare a Montemarcello, bisogna scavalcare il Monte Murlo che ci sta dinanzi. Poco più avanti l’AVG si divide in due tracciati: quello di destra aggira il monte e segue la vecchia strada mulattiera; quello di sinistra sale sulla cima entrando nel bosco di cerri e roverelle. Seguiremo quest'ultima indicazione perché ci allontana dall'asfalto e ci permette di visitare l'Orto botanico realizzato dall’Ente Parco di Montemarcello-Magra. Dal belvedere dell'orto si gode una larga panoramica sulla bassa Val di Magra, sulle spiagge della Versilia e sulle cime delle Alpi Apuane con le celebri cave di marmo. Poi, dopo un po' di respiro, si può intraprendere la discesa verso il cimitero di Montemarcello. Questo tratto è una nuova traccia quasi rettilinea, dovuta probabilmente allo scavo di un acquedotto. Giunti alla strada asfaltata e al cospetto del camposanto si segue, di questo, il muro esterno per intercettare, poco oltre, la vecchia mulattiera che da Ameglia sale a Montemarcello, dal selciato ancor ben conservato. Ameglia è nota per una stranissima usanza carnevalesca chiamata “l’omo ar bozzo”. In pratica si pigliava il primo forestiero entrato in paese, lo si sottoponeva a un sommario giudizio popolare, lo si caricava su un mulo e dopo un giro fra insulti e grida lo si scaricava nel Bozzo, una grande pozza d'acqua nei pressi del molino. Questo avveniva se il malcapitato non era in grado di pagarsi un riscatto stabilito dagli anziani del paese. Poiché questa abitudine non favoriva il turismo, fu messa al bando per un lungo periodo per essere poi ripresa e rivalutata negli ultimi anni proprio per finalità turistiche. Neppure un quarto d'ora di salita e compare il cartello di Montemarcello (260 m), villaggio apprezzato per l'incantevole posizione e la mitezza del clima. Rispetto agli altri borghi ha un andamento più regolare dovuto probabilmente all’attività pianificatoria del console romano Claudio Marcello da cui il paese prende il nome. Borgo fortificato di origine romana conserva ancora strumenti dell’economia contadina del recente passato come le macine in pietra dei frantoi di olive accanto alla porta d’ingresso. La chiesa parrocchiale, del 1676, è dedicata a San Pietro. All'interno si possono osservare due opere d'arte d'un certo rilievo: un trittico quattrocentesco con la Vergine del Rosario fra i santi Giovanni e Pietro e un'ancona marmorea del XVI secolo che raffigura il Sacro Volto di Cristo. La leggenda del Sacro Volto è molto diffusa in Liguria e discende dall’avvento miracoloso che vide, nel 782, una navicella senza pilota approdare sulle coste della Versilia con a bordo un crocifisso ligneo scolpito da Nicodemo d'Arimatea e un'ampolla contenente il sangue di Cristo. Il crocifisso è oggi conservato a Lucca, mentre il Preziosissimo Sangue nel Duomo di Sarzana. Entrambi sono stati venerati per secoli ed erano tappa obbligata dei pellegrinaggi verso Roma. La meta finale del nostro percorso è ormai vicina e tutta in discesa. Dalla via delle Mura si imbocca il viottolo (seguire il segnavia n. 3), si attraversa una strada sterrata, costeggiando il fosso del Bozon entrando nella pineta. Passato un guado inizia la discesa che, a un certo punto, interseca la strada che collega Montemarcello a Bocca di Magra. Il sentiero si fa largo nel sotto bosco di eriche e corbezzoli, lascia verso destra la diramazione per Punta Bianca, estremo limite del promontorio del Caprione e giunge al piazzale d'accesso al Monastero dei Carmelitani Scalzi. Seguendo la recinzione del complesso religioso si affrontano gli ultimi metri fino a giungere al piazzale del parcheggio, retrostante l'abitato di Bocca di Magra. La località, situata all'estuario del fiume Magra nell’alto Mar Tirreno, è stata nel dopoguerra il luogo di villeggiatura prediletto dagli intellettuali. Nella stagione estiva qui si radunava il gotha della letteratura italiana e in particolare il cenacolo di autori che si radunava attorno alla figura di Giulio Einaudi fra cui Elio Vittorini, Cesare Pavese, Marguerite Duras, Vittorio Sereni, Carlo Emilio Gadda. Alcuni di essi presero talmente a cuore il luogo da costituire negli anni '60 un'associazione in difesa dell'ambiente naturale. Bocca di Magra in effetti ha una dimensione umana, ben diversa dalle vicine città di mare della Versilia. Passeggiando sul lungomare, verso il porticciolo, si giunge al cospetto della villa romana, eminente presenza storica che ricorda anche il porto di Luni, oggi scomparso. La villa si affacciava sul porto di Luni e ospitava di certo personaggi altolocati. Il lusso e le comodità erano infatti fra le prerogative dell'edificio. La disposizione a terrazze favoriva l'esposizione climatica, mentre il 'balneum' fungeva da bagno termale, riservato al padrone e ai suoi ospiti. Di questo restano parte delle strutture del 'calidarium', ovvero il locale che veniva riscaldato mediante un sistema di condotti d'aria alimentati da un sottostante forno a legna, detto 'hypocausis'. Di recente realizzazione un attrezzato e funzionale porticciolo turistico in grado di ospitare più di 300 natanti. A Bocca di Magra è inoltre attivo, durante il periodo estivo, un servizio di motobarche per raggiungere il rinomato “spiaggione” di Punta Corvo, con collegamenti con il trasporto marittimo nel Golfo dei Poeti (Lerici, Porto Venere e Cinque Terre).

 

 

 

 

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