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Museo Etnografico di Ortonovo

 

metMUSEO ETNOGRAFICO DI ORTONOVO
Via Cannetolo, fraz. Casano
Aperto su appuntamento. Per info:
 tel. 0187 690111 (Comune)
www.metortonovo.it
e-mail: info@metortonovo.it

Il Museo Etnografico di Ortonovo è costituito da una raccolta di oggetti tipici della civiltà contadina del nostro territorio, con ampio spazio alla ricostruzione, con finalità principalmente didattica, dei cicli di produzione dell’olio, del vino e del grano, e dei loro processi di lavorazione.


DESCRIZIONE STRUTTURA
Il Museo Etnografico di Ortonovo è situato nella mite valle del Parmignola, solcata dal fiume con andamento longitudinale rispetto al mare e circondata da colline su cui sorgono i centri storici di Nicola e di Ortonovo, che si svilupparono dopo il declino di Luni intorno all'anno mille.

L’edificio del Frantoio oggi Museo etnografico è stato costruito alla metà del secolo scorso sopra una struttura preesistente del XVI secolo, il frantoio della “Colombera”: ciò si può dedurre dalla forma delle porte e delle finestre, dalle tecniche costruttive dei muri e, soprattutto, dalle misure dei mattoni usati negli archi di scarico delle aperture.
La parte che si affaccia sulla strada ha un solaio di legno, mentre la parte sul retro, che regge il frantoio del piano superiore e le vasche di decantazione, è stata costruita a volte in un secondo tempo, come si può vedere dai resti di un frantoio situati sotto la scala.
L’intero complesso è stato restaurato nel 1990 e le pavimentazioni e i serramenti sono stati rifatti con materiali tradizionali.
Il frantoio era collocato lungo il Parmignola perché il funzionamento delle grandi ruote dipendeva dall’energia dell’acqua del torrente convogliata nei canali, magistralmente costruiti dall’uomo.

Nel secolo XV si verificò uno sviluppo dell’olivicoltura con le dominazioni fiorentina in Nicola e
lucchese in Ortonovo. Verso la metà del seicento i frantoi nella valle erano quattro, ma nel 1699 un grave incendio distrusse quasi completamente il frantoio della Colombara.

Dopo il secolo XIX i frantoi del territorio furono venduti a privati. Come si legge nel fregio in ferro soprastante il portale, il torchio fu acquistato da Luigi Bisso, un genovese trapiantato ad Ortonovo, successivamente dalla famiglia Rocchi e, negli anni 80, dal Comune di Ortonovo.

Il percorso museale lascia ampio spazio alla ricostruzione, con finalità principalmente didattica, dei cicli di produzione dell’olio, del vino e del grano, e dei loro processi di lavorazione attraverso immagini animate, racconti e gallerie fotografiche per spiegare in maniera intuitiva, i gesti del lavoro contadino e il funzionamento delle macchine di un tempo, confrontandoli con quelli di oggi.  

Esso si articola nei due piani dell’edificio: al piano terra avveniva la prima spremitura; al piano primo la sansa di olive, dopo la prima spremitura, veniva portata dalle
donne, con ceste sul capo protetto dal guarco, attraverso la scala adiacente le vasche di separazione dell’olio e poi riversata nell’alloggio della macina con l’aggiunta di acqua calda.

Il lavoro si svolgeva in pochi mesi invernali, da novembre a gennaio. Ogni famiglia di contadini raccoglieva una o due volte le olive che cadevano spontaneamente perché maturate prima o staccate dal vento; poi iniziava, con scale e pertiche, la “battitura” degli ulivi per far cadere tutti i frutti. Le olive erano distese in un luogo coperto e arieggiato in modo che non fermentassero in attesa del turno del frantoio.


Al primo piano si trovano inoltre due sezioni, una dedicata al lavoro dei campi e l’altra alla vitivinicoltura.

Nelle vetrine e lungo le pareti del museo sono esposti gli oggetti della civiltà contadina: la forbice per le vigne, la falce, il mestolo, la brocca etc.
Piccole cose, a volte rattoppate, che fanno parte di una archeologia minimalista che parla di noi, evoca quello che eravamo solo cinquanta anni fa. Oggetti non più della casa ma già del ricordo.

Il museo contadino racconta, infatti, la vita quotidiana, domestica e collettiva, e l’ambiente culturale e religioso di quei luoghi di cui gli strumenti agricoli, prelevati dalle cantine o dai mulini, sono parte integrante; racconta la “storia del territorio” in relazione agli uomini che la abitavano.

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